“Nel rapporto quotidiano
con i singoli membri della famiglia,
il bambino viene in contatto
con i modelli di comportamento
che diventano il prototipo di quelli futuri”
(Cerutti, Manca 2008)
Si chiamava John Smith, un nome molto diffuso, come tanti altri. E come tanti altri, la prima immagine della sua vita fu quella di una luce accecante che d’istinto gli fece serrare le palpebre. Urlava e piangeva come un forsennato, toccato da decine di mani; girato e capovolto, ossessionato da una moltitudine di voci sconosciute, esseri che parlavano in una lingua incomprensibile, esseri di una forma sfocata e priva di colori.
Eppure fino a poco prima era in quell’ambiente così caldo ed accogliente, ad accompagnarlo soltanto un suono soavemente ritmico, ed una voce vellutata che spesso si manifestava, piacevoli rumori che sembravano esistere solo per cullarlo e crogiolarlo in quella che credeva una vita infinita, lontana da ogni paura.
Paura, sentimento generalmente non attribuibile ad un feto, ma ogni tanto John Smith sobbalzava; quando Kate andava in vacanza in montagna col marito e percorrevano assieme quelle strade piene di dossi e di pietre di ogni tipo. Ogni tanto una schifosa sostanza dal sapore amaro, che gli dava la sensazione di morire, di soffocare, si manifestava in quel caldo liquido che avrebbe dovuto solo proteggerlo. D’altronde Kate non avrebbe mai rinunciato al suo pacchetto di sigarette, diceva sempre che ci avrebbe messo tutta la buona volontà ma non ci riusciva, così come per il bicchierino di cognac che sorseggiava ogni domenica dopo i pasti, come rinunciare ai piaceri della vita?
John Smith era al secondo posto, prima ancora di nascere.
Eppure tutto questo per John era un idilliaco sogno rispetto all’incubo di trovarsi in quel mondo tutto nuovo, dopo soli sette mesi di gravidanza.
“Dov’è il padre di questo bambino? Dobbiamo lavarlo e pesarlo, andate a chiamarlo”
“No..” disse Kate, sfinita “Non è qui..oggi c’era l’ultima di campionato, non vorrete mica fargliela perdere per un parto?”.
Medici e ostetriche risero, pensavano che Kate facesse del sarcasmo sul menefreghismo del marito, o magari si illudevano che fosse così, e che Kate fosse un’ottima attrice.
Dopo averlo strapazzato per bene, a John Smith venne infilata una tutina rosa; quelle azzurre erano finite e l’ultima era stata data al figlio del nipote del Sindaco, di certo più importante di John Smith, nonostante la precedenza non fosse sua dato che il piccolo rampollo era nato pochi minuti dopo rispetto a lui.
Quando uscirono dall’Ospedale, tornarono immediatamente a casa. Kate, esausta, si mise a letto a dormire. “Forse sarà meglio svegliarla, l’ora della poppata è già passata da un bel pezzo” si disse Ronald Smith, suo marito “…ma in fondo..per un po’ di attesa non è mai morto nessuno, Kate ha bisogno di riposare”. Intanto John Smith nella culla al piano di sopra piangeva dalla fame, ma nessuno lo sentiva, erano tutti a dormire.
Il giorno del suo primo compleanno non fu molto differente, avrebbero voluto organizzare una festa con tutti i parenti ed i bambini del vicinato, ma i nonni erano stanchi e pieni di acciacchi, la zia Meg aveva l’irrinunciabile Canasta con le amiche, zio Paul doveva assolutamente giocare a Bowling con i colleghi, quella partita era importante, come ogni altra partita ovviamente. I cugini, avendo i genitori fuori, avevano la casa libera per portare su le rispettive ragazze e regalarsi una tanto agognata giornata di sesso sfrenato. I vicini erano troppo concentrati sulla riunione di condominio per decidere di che colore dipingere l’interno dell’ascensore per occuparsi del compleanno del piccolo John Smith.
D’altronde Kate doveva andare dall’estetista, Ronald non poteva perdersi la seconda trilogia di Star Wars, quindi è stato più che sufficiente per il piccolo John spegnere la candelina sulla torta gelato che la madre aveva comprato, nonostante fosse il mese di Dicembre, perché il tempo per farla proprio non l’aveva trovato.
“Kate, non dare la torta al bambino. E’ allergico alle fragole”
“Oh cielo, ma devo pensare a tutto io? A me le fragole piacciono tanto, chi se lo ricordava della crisi che ha avuto il mese scorso?! Era solo una fottuta crisi! Una!”
“Fa nulla, ha solo un anno, che vuoi che ne capisca di dolci”
Invece John Smith osservava quella torta invitante con la voglia di divorarla, al massimo poteva però gustarla con gli occhi, e ne era ancora più attratto a giudicare dall’espressione estasiata dei genitori che se la divoravano.
Passarono nove anni da quel giorno, e durante l’ora di educazione fisica vennero estratti due dei suoi compagni per scegliere i componenti delle squadre secondo la classica nonché sadica abitudine degli insegnanti di assegnare questo compito agli alunni. Le squadre erano oramai formate, dieci bambini nella squadra rossa e dieci in quella blu, restava fuori soltanto John Smith, il tipico bambino scelto da nessuno. Ma non veniva assegnato all’ultima squadra che aveva il compito di scegliere, bensì veniva lanciata una moneta, a chi perdeva sarebbe toccata la sfortuna di avere John, ed era sempre la croce a perdere. John era quella croce.
Quando la sua squadra perdeva la partita, nonostante il piccolo John fosse totalmente escluso dal gioco, la colpa della sconfitta veniva attribuita a lui, e i suoi compagni non perdevano occasione di pestarlo di santa ragione, di rompergli gli occhiali oppure rubargli la merenda.
Quando tornava a casa, la madre lo sgridava per aver rotto nuovamente gli occhiali “questa è l’ultima volta che te li compro, imbecille!”, il padre lo rimproverava dandogli dello smidollato, e quando tornava a scuola, l’insegnante marcava la solita F sul registro, dato che a causa della miopia il piccolo John non aveva potuto fare i compiti.
Alle medie le ingiurie continuavano nonostante i compagni fossero completamente diversi, ma stavolta non era una partita di calcio la motivazione, bensì la voglia di divertirsi di alcuni dei suoi sgangherati compagni di classe, i soliti quattro: Adam Warren, Kevin Gordon, Alec Berry, Daniel Hornett.
Gli insegnanti pensavano che fosse il gel il motivo per cui il ciuffo di John avesse quell’effetto bagnato, invece era perché durante la ricreazione, mentre Adam gli teneva la testa nel gabinetto, Daniel tirava lo scarico, e gli altri due lo picchiavano con lo spazzolone.
L’unica cosa che cambiò alla scuola superiore fu il gioco del lancio degli assorbenti sporchi, e il bersaglio era sempre lo stesso.
Non che non cercasse di difendersi, una volta provò anche a parlarne con la madre.
“Smettila di dire idiozie, addirittura gli assorbenti, questa è buona. Non voglio più sentirti pronunciare queste schifezze!! Ma che ho fatto di male per avere un figlio così idiota e bugiardo??”
Finalmente riuscì a diplomarsi, trovò presto lavoro come impiegato statale, in uno di quegli uffici in cui non si potrebbe mai fare carriera, dato che l’unico compito è quello di ordinare scartoffie, un compito semplice che persino uno come John, che per le insofferenze degli insegnanti e la paura che lui aveva dei compagni, si era diplomato quasi col minimo dei voti.
Si fidanzò con Emma Jones, una squattrinata a cui bastava avere un marito che avesse un impiego, d’altronde il suo scopo era quello di fare un figlio, non perdeva mai occasione di insultarlo e di tradirlo, dato che lo definiva “noioso” anche dal punto di vista sessuale, mentre preferiva farsi scopare da quei bruti muscolosi senza figli e senza noie che incontrava in palestra e che la prendevano per i capelli nel bagno degli spogliatoi e la piegavano in avanti, facendola strillare come una gallina, quale era.
John Smith era impassibile di fronte alle angherie della moglie e del figlio, che lo mandava al diavolo ogni qual volta il padre provasse a chiedergli dove stesse andando e con chi.
Ma verso i quarantacinque anni John Smith divenne invisibile davvero, lasciando il suo posto vuoto sulla Terra, un posto di cui nessuno si sarebbe accorto. Una morte banale, un incidente d’auto come tanti, causato da un cattivo funzionamento dei freni che il figlio aveva rotto la sera prima prendendo la macchina di nascosto per fare il bello con una delle sue ochette.
Al funerale venne la madre e basta, ma soltanto in Chiesa.
“Taglia corto, non posso perdere l’inizio di Beautiful, maledizione!!”
Il figlio aveva una partita di pallone; la moglie aveva paura che chiudessero i supermercati ed era andata a comprare la panna che aveva promesso al suo diciassettesimo amante, che adorava quando lei se ne spruzzava un bel po’ sul seno; il padre non poteva perdersi l’ultima di campionato, già, John Smith morì lo stesso giorno in cui nacque, che beffe fa la vita a volte, decide di andarsene proprio il giorno in cui è arrivata, forse anche lei si era annoiata di dare il respiro a John Smith.
Fu solo quando stavano per metterlo nel forno crematorio che John Smith aprì gli occhi..
“Dove sono?” mormorò, alzando il capo e stropicciandosi gli occhi a fatica, con gli arti anchilosati dall’immobilità, l’addetto al forno però neanche se ne accorse, sono rari i casi di morte apparente, in ogni caso era troppo impegnato a leggere la sua rivista porno, quindi abbassò la leva, fece partire il macchinario, e di John Smith non rimase neanche un lontano ricordo.
Giuly
Io vivo di momenti rubati al tempo
Mio schiavo e mio sovrano
Ti fermerò nella mia mano godrò del tuo spazio
Lasciami sognare una volta ancora
Lascia ch’io respiri una volta sola
Ma che quell’aria vivida e pura come il cielo
Mi tolga e dia il fiato, anche solo per un istante
Non c’è costanza e limite che valga quanto un attimo
Un magico momento che vive all’infinito
Io non avrò rimpianti, né pensieri, né paure
Avrò solo attimi, di felicità rubata
Non penserò al domani e non avrò certezze
Non cercherò costanti, limiti ed orari
Assaporerò ogni cosa come se mai l’avessi fatto
Lascerò scegliere ai sensi e non alla ragione
Perché non c’è perdita che sia simile a un rimpianto
E vale più in minuto vissuto intensamente
Che una vita intera che offuschi la tua mente
Non annullerò più ciò che sento e ciò che sono
Non permetterò più del mio corpo l’abbandono
Non attenderò in silenzio ciò che non vedrò arrivare
Griderò ancora oltre il limite del suono
Piangerò di gioia solo a leggere il tuo nome
Perché non me ne vergono e non mi piango addosso
Ogni cosa ha un prezzo, e tu mi costi caro
Ma scelgo di restare nuda e senza nulla
Ancora una volta come prima, e una volta ancora
Reggendo il peso di ciò che mi da il fiato
Cercando il respiro in tutto ciò che ho perso
Ogni giorno ed ogni notte, fin quando avrò l'aurora.
La Rosa Scarlatta

Era buio. Di un buio profondo, tetro, di quelli che ti offuscano il cuore e la mente oltre che la vista, che non lasciano mostrare neanche un filo di Luce proveniente dalla Luna, solo poche luci artificiali, gelide ancor più della notte stessa, quella notte che in tanti momenti credi compagna, sorella, e che si rivela poi una traditrice, la tua acerrima nemica.
Non so come mi sono ritrovata lì, con i polsi bloccati dalle sue mani viscide, schifose, il busto che premeva contro il mio, le sue gambe cercavano di bloccare le mie, mi agitavo, a vuoto, come se fossi una piccola mosca in un’enorme ragnatela.
Il ragno tesse la sua trama e lascia che le vittime vi muoiano impigliate prima di mangiarle, gli offre l’ultima speranza, l’ultima possibilità di fuggire. Il ragno è un animale nobile.
L’uomo è il peggiore fra gli animali. L’uomo è un pezzo di merda.
Io non riuscivo a fuggire da quella ragnatela, gridavo e a stento mi usciva il fiato dalla gola, mi agitavo come una piccola mosca, non facevo altro che peggiorare la situazione, mi impigliavo sempre di più in quei stramaledetti fili.
Le sue mani, quelle mani sporche, quelle mani grandi che si muovevano lungo il mio corpo, che tentavano di tenermi ferma, quell’alito schifoso..di alcool…quel lerciume, il lerciume del suo animo e della sua mente malata che era divenuto palpabile.
Non so come, l’istinto di sopravvivenza, Dio, la paura, quel po’ di amore per me stessa che mi era rimasto, il pensiero di mia madre, il pensiero di quello che allora era il mio ragazzo…ero appena maggiorenne, ero ancora un fiore, un fiore delicato, i cui petali e le cui foglie ancora tremavano, sussultavano, vibravano per un minimo soffio di vento.
Alzai il ginocchio e riuscii a colpirlo, proprio nella zona che avrei voluto annientare, per il dolore allentò la presa, riuscii a scappare, aprii la porta che aveva chiuso a chiave dando tre mandate, scappo, corro all’impazzata, mi infilo nel mio camper e chiudo la porta, tre mandate, il massimo delle mandate che potevo dare.
Mi siedo sul letto, piango, singhiozzo, grido, tremo come una foglia, abbraccio le mie gambe.
Per ore, per ore e ore, per ore.
E cresco, cresco prima del tempo, in quella notte sono cresciuta di una decina d’anni, e anche nell’altra, simile a questa, e in tante altre notti che avrei voluto che i miei occhi non vedessero.
Eppure ancora conservo l’ingenuità di un bambino..
Eppure ancora non riesco ad amarmi..
Serepta Mason
Vidi nascere un fiore e gli diedi il tuo nome
Stelo sottile, petali chiari, carezzati dai raggi del Sole
Languidi i miei sguardi, lunghi i miei sorrisi
nell’ammirarlo nella sua forza
Candido fiore che vinse le forze del vento,
alti e spessi gli steli che ne subirono il lamento,
ma tu fosti forte, le radici nella tua terra, i petali aperti verso il Sole;
quello stesso Sole che emani ogni qual volta sento la tua voce
Ti conobbi in un giorno di gelo e luce, quasi per capriccio
Broncio per il male che vien fatto, anche in piccole cose
Cercai in te il sorriso, in una spiegazione
E tutto ciò che trovai nelle tue parole, fu Amore
Tu che resti silente ad ascoltare..
Tu che con la voce e le parole sai cullare
Tu che fai d’ogni frase un canto
Tu che fra le tue braccia mi tieni sospesa ogni giorno, fra sogno ed incanto…
Tu che cogli le lacrime d’ogni mio pianto con le tue dita
e gli dai forma nuova, e torno ogni giorno ad amare la vita
perché mi concesse di prendere parte al tuo destino,
di percorrere mano nella mano il tuo stesso cammino
Ed è per te, mio splendido Raggio di Sole,
che adesso sorrido di nuovo, scrivendo queste parole,
perché al tuo solo pensiero sul mio volto prende vita il sorriso
dai luce al mio spirito, al mio cuore, alla mia voce..al mio viso..
A te che sei la gioia di chi ti è accanto
A te che di ogni gesto ne fai incanto
A te che ad ogni giorno dai colore
A te che sei…semplicemente Amore
Con te, per sempre
Giuly
Marco, che conobbi come Moak.
A lui sono dedicati questi versi senza metrica e senza rima.
Senza grazia, senza poesia. Molto meno di ciò che lui meriterebbe.
Marco si sveglia, ha tante cose da fare, ma il suo primo pensiero va a coloro che ama.
A Elisa, la sua Elisa, una donna meravigliosa, carica d'amore quanto lui, un'anima in grado di accogliere il lamento e le risa di chiunque, in grado di abbracciare anche l'ultimo degli esseri viventi, così piena e immensa da abbagliare chiunque abbia l'opportunità di scorgerla.
A Giuly, che sarei io, a volte mi chiama piccola Stella. Dice che anche io emano una luce, una luce grande...io non so se è vero..so soltanto che lui riesce a leggere in me ciò che io non ho mai letto, riesce a percepire i miei stati d'animo prima di me, riesce ad abbracciarmi anche a tanti chilometri di distanza.
A Sarah, anima forte e delicata, pura, buona, che riesce a provare tutto l'amore del mondo nonostante gli ostacoli, un cuore sempre pieno di perdono, dolcezza, dove l'ombra del rancore non sporca l'animo come invece accade nella maggior parte degli esseri viventi.
A Sara..anima inquieta e senza pace...che vaga nel buio...nel piccolissimo, minuscolo lato buio della vita, vedendolo come l'unico...a cui auguro di sorridere per sempre. Solo Marco al mondo riesce a farla stare bene.
a tutti coloro che hanno la fortuna di averlo accanto, a tutti coloro a cui ha cambiato la vita semplicemente con la sua presenza, me compresa.
Marco è l'unica persona con la quale ho un rapporto così bello, pieno, completo. So di poter contare sempre su di lui, so che lui potrà contare sempre su di me.
Io non sono certa mai di nulla nella vita.
Marco è una certezza, una delle mie certezze.
Ne ho ben poche di certezze.
Le mie certezze sono mia madre, i miei fratelli, Dio come lo intendo io ovviamente...e non ha nulla a che fare con la Chiesa o stronzate simili, i miei nonni, pochi amici, che si contano sulle dita di una mano. Due per la precisione.
Marco è una delle mie certezze. Lo ripeterò fino alla nausea.
L'amore, cos'è l'amore? E' un sentimento che va oltre il voler bene, è così immenso da riempirti l'anima in ogni momento della tua vita, da darti forza ed un sorriso semplicemente col pensiero della persona verso cui questo amore è rivolto. Un sentimento che riempie..riempie tutto...
Un passerotto canta alle mie spalle, me ne accorgo, lo sento, perché provo Amore.
Ed è col mio Amore che spero di ricambiare tutto ciò che mi da questa persona, il modo meraviglioso in cui riempie la mia vita, ore intere trascorse ogni giorno assieme, io ad ascoltare la sua voce e lui a vedere i sorrisi che essa scaturisce in me.
Se lo sento ridere, sono felice.
Se lo sento piangere, soffro con lui, ma gli sorrido, lo abbraccio forte finché non si sono asciugate tutte le lacrime, ed avere la possibilità di essere al suo fianco è uno dei doni più belli che la vita mi abbia fatto.
Vorrei scrivere di più...il mio cuore ancora ha tanto altro da dire...ma ho tanta bua e penso che per ora mi fermerò qui...
Ti stringo (cit.)
E ti voglio un bene dell'anima...
Alice è una bimba bellissima, e come tutte le bimbe vive in un mondo incantato, in cui elfi e fate vegliano su di lei per tutta la notte e la accompagnano a scuola durante il giorno.
Alice ha due guance rosse, di quel colore profondo che hanno le fragole; ad ogni bacio che le viene dato lei sorride, e le fragole diventano sempre più grandi e più dolci.
Com’è tenera la piccola Alice, il tempo non sembra avere effetti sulla sua innocenza, anzi, più cresce e più la sua dolcezza viene messa in risalto dalle sue espressioni, dai suoi sorrisi, che con estrema serenità rivolge a tutti i passanti, di quei sorrisi contagiosi, che restano impressi per tutto il resto della giornata, e fanno ricordare quanto può essere bella la vita.
Alice corre, corre col grande palloncino colorato, fa il giro di tutti gli alberi e ride, di una risata tutta sua, diversa da quella di tutti gli altri bambini del parco, una risata che ha qualcosa in meno, ma tantissime altre cose in più; è carica di gioia, vita, emozioni, felicità.
Il papà è lì a contemplarla, con gli stessi occhi lucidi con i quali la guardò mentre stava nascendo, le avrebbe comprato molto più di un palloncino, le avrebbe regalato tutto il mondo pur di sentirla ridere.
Ma Alice ride, lei e i suoi occhi, di una risata unica al mondo, una risata senza voce, ma che ha da raccontare tutte le bellezze dell’universo. I suoi sguardi ridono con lei, brillano come le stelle guardate dagli occhi degli innamorati che insieme ne decantano le bellezze nelle notti d’estate, come i fari che silenziosi guidano i cammini dei naviganti stanchi, come i fuochi d’artificio d’inverno che le mamme e i papà guardano con i loro piccoli fra le braccia.
E quando comincia ad essere stanca, Alice torna dal suo papà, che l’aspetta seduto sulla panchina; si fa legare al polso il filo del palloncino, gli prende la mano e lo porta con sé a passeggiare per i prati, sognando di essere con lui in un bosco incantato, senza città, senza strade, dove ci sono solo tanti fiori colorati e tanti gnomi che cantano senza voce.
Alice ama i fiori, proprio perché sono pieni di colori carichi di vita, si sente molto vicina a loro, anche lei è colorata e senza voce, anche lei ha tanta bellezza da donare al mondo e la comunica soltanto con la sua luce.
Alice sogna tanti piccoli gnomi che ballano, senza una musica di sottofondo; saltano felici attorno a grandi funghi come lei fa con gli alberi, le loro labbra si muovono senza emettere suoni. Immaginano allegri canti festosi, si prendono a braccetto salutando ogni giorno il Sole, ad ogni alba, ad ogni tramonto.
E così fa lei, non conosce la musica, ma è in grado di immaginare melodie meravigliose, tramutandole in danze per gli elfi e le fate che vegliano su di lei giorno e notte.
Sa comunicare l’amore senza parlare, ha un quinto senso diverso, ascolta la gente solo con la sua anima, avverte la gioia e il dolore, e se camminando per la strada legge solitudine negli occhi di un anziano, vergogna in quelli di una giovane ragazza che ha perduto la dignità per l’amato, tristezza in quelli di un bambino come lei perché la mamma gli ha negato un’attenzione; lei non si tira indietro, guarda negli occhi di queste persone col sorriso impresso sulle sue piccole labbra a forma di cuore, con uno sguardo colmo di vita e di gioia, trasmettendogli la più grande felicità che un essere umano possa contemplare, di quelle che sempre si potrebbero avere ma a cui troppo spesso nessuno fa caso, di quelle che si hanno a portata di mano e non si vivono mai davvero, di quelle che se fossero vissute davvero, potrebbero cambiare il mondo.
Alice sa ascoltare il vento senza sentirne il suono, chiudendo le palpebre e avvertendone le carezze, a volte più calme ed altre più intense, quell’aria delicata e profonda che lei chiama dentro di sé “il respiro della Terra”, la sua amica Terra, così gentile da emettere il suo fiato, dando a sua volta il respiro ad ogni essere umano, accarezzando i volti delle bambine come lei ogni qualvolta espirasse; per Alice anche il vento è un enorme gesto d’amore.
I canti che Alice inventa nel cuore della sua immaginazione non hanno parole, sono soltanto suoni che fuoriescono dai cespugli e dai fiori che sbocciano, nei suoi sogni tutto ha musica, tutto ha voce, e lì lei vi vive tutto ciò che al mattino invece dipinge col pennello della sua mente.
Durante il giorno guarda la gente parlare, muovere le labbra schiudendole e riaprendole in base all’ampiezza del suono e all’altezza della tonalità di voce. Non conosce termini, voci e suoni, ma ha inventato una lingua a tutti sconosciuta, che solo lei riesce a comprendere, con la quale immagina dialoghi pieni di risate. Risate silenziose.
Quando nacque, sorrise. Fu l’unica bambina di tutto l’ospedale a sorridere appena nata. Quel sorriso portò amore e gioia a tutti i presenti, e asciugò le tristi lacrime della mamma e del papà, quando il medico gli disse che la piccola non avrebbe mai potuto parlare né ascoltare, per problemi dovuti alla gravidanza.
Ma Alice sorrise, appena nata, inebriata dall’odore e dagli occhi della sua mamma, dal contatto col battito del suo cuore che avvertiva fortissimo sulla sua pelle, non lo ascoltava: lo sentiva addosso, nel suo corpo, come era sempre stato fino ad allora quando ancora viveva nel suo ventre.
Quando alla Domenica sorge il sole, la piccola si sveglia, corre nel letto dei suoi genitori, si lascia avvolgere dalle braccia della mamma, poi da quelle del papà, ridono insieme di quelle splendide risate silenziose, comunicano col calore dei loro corpi proveniente dall’immenso amore che li invade.
Poi si addormenta fra le braccia di lui, mentre la mamma va a preparare la colazione, non vedendo l’ora di svegliarla di nuovo col profumo delle cialde appena fatte per guardarla correre verso la tavola.
Il papà la guarda dormire, chiude gli occhi con lei. Alice si lascia cullare dal suo respiro, dal petto che si gonfia e poi si sgonfia, dal suo fiato che come una carezza le sfiora i capelli.
E cresce felice, perché può cogliere tutto, può vivere a pieno le cose, ha un senso in meno ma una dote in più, che tutte le altre persone non hanno.
Alice sa ascoltare il silenzio, può innamorarsi davvero, di qualsiasi cosa.
Sogni d’oro, piccolina, insegnaci a viaggiare nel paese dei silenzi incantati.
Dedicato alla piccola Teresa, una bambina sordomuta conosciuta tanto tempo fa...che mi ha insegnato tanto...ti abbraccio forte piccolina...