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Utente: Kashmir87
Nome: Giuliana Ferraro
Per ora sono un rantolo nel buio. Appena riesco a capire bene chi o cosa sono vi faccio un fischio.

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mercoledì, 16 luglio 2008

Prosapoesia di un momento

Oltre quel vetro va il mio sguardo
gelida lastra, che lascia trasparire ogni fattezza
ti tocco con la mia mano, incontrando la mia
son io dall'altro lato, che non mi riconosco

vedo prima una bimba, dagli occhi vispi
sorrisi e ghigni su quel volto, innocente e vivo
la mano piccola e paffuta che incontra le mie dita affusolate
quella veste bianca, pura dell'innocenza di cui mi feci portatrice

fui germoglio e divenni fiore
nel cuore di quei miei anni bui
sguardo carico di luci ed ombre
membra troppo forti per cedere
mani troppo fragili per afferrare

davanti a me quella fanciulla
dai capelli chiari e scuri
le ferite ancora aperte sul sinistro
sguardo spento, gambe tremanti
eppure quel sorriso, quel sorriso impossibile da spegnere

il sorriso che mi diede quel vigore sconosciuto
sorriso di speranza, di forza estrema
di cui mai ero stata a conoscenza
fino a che non vidi la morte, e con quel sorriso la vinsi

La fanciulla dalla veste verde cresce, e vedo una donna in rosso
unghie rosse di quelle dita lunghe e affusolate,
ancora le mie, che incontrano le mie
sorride radiosa, vive l'amore come l'unico dei beni
ama con dolcezza e con passione e fa l'amore

fa l'amore sulle rive dei laghi
fa l'amore sui ponti, sulle sponde dei fiumi
fa l'amore amando con tutta sé stessa, riceve e dona amore
riceve e dona forza, vive ogni istante ogni momento
ed ogni sofferenza è il germoglio di un nuovo sentimento

mentre sorrido sincera incrociando il mio sguardo carico di luce
lo vedo spegnersi e scivolare in terra,
la veste diviene grigia, aderente al corpo come una serpe alla sua preda
è stesa in terra, sono stesa in terra e mi guardo ancora

mi sorride, di un sorriso diverso da quello della seconda fanciulla
una piccola fiammella ancora viva, seppur perduta
non riesco più a toccare le mie dita, non riesco più a raggiungermi
attraverso la lastra ora c'è il vuoto, ed un corpo di donna steso in terra
i boccoli neri coprono le rosee labbra sorridenti in tralice

il pugno s'apre e si chiude, come se volesse afferrar qualcosa
qualcosa che non esiste, il vuoto
le dita perdono forza e si lascia andare
è stanca di vegliare ed afferrare
si lascia abbandonare su quel pavimento
più gelido ancor della lastra, di un muro di cemento

e dorme Giuliana, di un sonno eterno
ed io la guardo, con consapevolezza
desiderando d'esser più ignorante e non capire
ciò che inutilmente a me stessa voglio mascherare
ciò che ho derubato e che ho donato
per tutto ciò che mi è stato strappato
e perché giammai mi fu ridato

Guardo oltre la lastra di vetro
oltre il nulla, vi do un pugno, cerco di sfondarla
mi ferisco la mano...
 

postato da: Kashmir87 alle ore 09:29 | link | commenti (10)
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mercoledì, 25 giugno 2008

Illusione, effimera

L'illusione di riuscire a non affezionarmi
non è da me, non ci riesco
sto cercando di prendere per culo me stessa
noi siamo i primi incapaci di annientare noi stessi.
Perché annientarmi? Perché lo sto facendo?
Perché il mio istinto mi illude
mi illude di riuscire a godermi momenti felici, con qualcuno che mi fa stare bene
senza legarmi troppo, senza affezionarmi, senza subire conseguenze emotive.
Mi aveva avvisato mia madre.
Mia madre mi ha detto "non farlo, soffrirai"
io l'ho fatto. Ancora non sto soffrendo. Credo.
Ma mia madre mi conosce, mia madre ha ragione.
Io l'avevo accusata di possessività nei miei confronti.
Non era possessività...lei mi conosce, lei lo sa.
Lei lo sa che se frequento qualcuno che mi piace, che mi interessa davvero, a cui voglio bene
non riesco a non affezionarmici.
Partirò, partirò per due mesi, due mesi interi a lavorare, a fare quel lavoro che mi permette di staccare la spina e mandare affanculo il resto del mondo.
E ho la sensazione così vivida che lui non sarà lì ad aspettarmi.
Io lo sapevo, a livello inconscio, lo sapevo.
Lo sapevo perché mi sono detta "vabè, male che vada che mi affeziono..mi sfanculo due mesi e passa tutto"

seeeee....

come se non mi conoscessi....

eppure gli piaccio, facciamo conversazioni vere, vive, intime, pure. Dalla cultura alle cazzate, dalla nostra infanzia ai nostri genitori...di tutto, e ci troviamo bene davvero.

Non è colpa sua, sono io ad essere sbagliata, lui è stato onesto, forse l'unico ad essere stato onesto. Anzi, senza forse.

Eppure...eppure...

Niente, è sempre la solita storia. "Mi arrapi da morire", ma poi basta. Non riesco a suscitare altro.


Forse è questo che mi ferisce davvero.
Sì, forse è questo.

postato da: Kashmir87 alle ore 18:53 | link | commenti (2)
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martedì, 24 giugno 2008

Sembra scritta per me..questa sono io..

Tema d'amore - Lisa

Io cammino a occhi chiusi
sognando la riva del mare
ciò che dicono le persone non sento
se del mio corpo parlano
o del destino futuro.
Io ho piccoli piedi per fuggire
e un culo che ammiro
come una volpe la coda
vanitosamente.

Io vorrei essere rispettata
come rispetto la quercia
nel giardino che beve
le nostre gocce di sangue
quando nasconde il sole
e enorme nel buio appare
il soffitto di un sogno.
Io rido e mi tolgo il rossetto
e subito lo rimetto
e non saprei dirvi perché
io vorrei cambiare ogni ora
ma non chiamatemi incostante.
Ho bisogno di aria buona
e di fumo, e di nebbia
di andare via e restare
rotolare e lavarmi
non chiamatemi pazza.
Io voglio una città
che non sia solo di insegne
io amo il silenzio
che separa le parole
non quello che viene dopo
alle sirene e agli spari.
Io sento l'uggiolare dei cani
nella tana. Io lavoro
tra profumi e shampoo
ma sento la puzza
del fiato dei caimani.
Io piango china davanti
all'altare di un’autoradio
io graffio e scalcio.

Io vorrei non essere mai nata
e vorrei essere vecchia
come ciò che so del mondo
dormire tra le tue braccia
sentirti parlare
di tuo Padre, per ore
e vorrei lasciarti solo
con la moto in fiamme
sull'asfalto striato
bere il tuo sangue dal mignolo
succhiarti il cazzo
fredda come in un film
e mostrarlo alle amiche
e vorrei che scrivessi
di me su tutti i muri.

Io piantai le forbici
nel braccio a un tipo
che mi sbavava addosso
io mordo, io soffro
prigioniera nel bosco
tra le mute dei cani
io sono la regina, la serva
io non so dove andare
questa sera, nel buio
e non so dove trovarti.


Stefano Benni

postato da: Kashmir87 alle ore 17:21 | link | commenti
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lunedì, 09 giugno 2008

Ricordo di una notte di mezza estate

Era buio. Di un buio profondo, tetro, di quelli che ti offuscano il cuore e la mente oltre che la vista, che non lasciano mostrare neanche un filo di Luce proveniente dalla Luna, solo poche luci artificiali, gelide ancor più della notte stessa, quella notte che in tanti momenti credi compagna, sorella, e che si rivela poi una traditrice, la tua acerrima nemica.

 

Non so come mi sono ritrovata lì, con i polsi bloccati dalle sue mani viscide, schifose, il busto che premeva contro il mio, le sue gambe cercavano di bloccare le mie, mi agitavo, a vuoto, come se fossi una piccola mosca in un’enorme ragnatela.


Il ragno tesse la sua trama e lascia che le vittime vi muoiano impigliate prima di mangiarle, gli offre l’ultima speranza, l’ultima possibilità di fuggire. Il ragno è un animale nobile.

L’uomo è il peggiore fra gli animali. L’uomo è un pezzo di merda.

 

Io non riuscivo a fuggire da quella ragnatela, gridavo e a stento mi usciva il fiato dalla gola, mi agitavo come una piccola mosca, non facevo altro che peggiorare la situazione, mi impigliavo sempre di più in quei stramaledetti fili.

 

Le sue mani, quelle mani sporche, quelle mani grandi che si muovevano lungo il mio corpo, che tentavano di tenermi ferma, quell’alito schifoso..di alcool…quel lerciume, il lerciume del suo animo e della sua mente malata che era divenuto palpabile.

 

Non so come, l’istinto di sopravvivenza, Dio, la paura, quel po’ di amore per me stessa che mi era rimasto, il pensiero di mia madre, il pensiero di quello che allora era il mio ragazzo…ero appena maggiorenne, ero ancora un fiore, un fiore delicato, i cui petali e le cui foglie ancora tremavano, sussultavano, vibravano per un minimo soffio di vento.

Alzai il ginocchio e riuscii a colpirlo, proprio nella zona che avrei voluto annientare, per il dolore allentò la presa, riuscii a scappare, aprii la porta che aveva chiuso a chiave dando tre mandate, scappo, corro all’impazzata, mi infilo nel mio camper e chiudo la porta, tre mandate, il massimo delle mandate che potevo dare.

 

Mi siedo sul letto, piango, singhiozzo, grido, tremo come una foglia, abbraccio le mie gambe.

Per ore, per ore e ore, per ore.

 

E cresco, cresco prima del tempo, in quella notte sono cresciuta di una decina d’anni, e anche nell’altra, simile a questa, e in tante altre notti che avrei voluto che i miei occhi non vedessero.

 

Eppure ancora conservo l’ingenuità di un bambino..

 

Eppure ancora non riesco ad amarmi..

 

 

 

Serepta Mason


postato da: Kashmir87 alle ore 14:28 | link | commenti (1)
categorie: stralci di vita
sabato, 17 maggio 2008

L'angolo di Sarah

http://uniferpi.wordpress.com/2008/05/17/sensibilizzazione-relativa/#more-409

leggete gente, leggete. Ogni tanto fa bene riflettere un pò anche a noi psicopatici ;)

Grazie, Luce :*

postato da: Kashmir87 alle ore 10:58 | link | commenti
categorie: eventi importanti
giovedì, 15 maggio 2008

Per il mio raggio di Sole



Vidi nascere un fiore e gli diedi il tuo nome

Stelo sottile, petali chiari, carezzati dai raggi del Sole

Languidi i miei sguardi, lunghi i miei sorrisi

nell’ammirarlo nella sua forza

 

Candido fiore che vinse le forze del vento,

alti e spessi gli steli che ne subirono il lamento,

ma tu fosti forte, le radici nella tua terra, i petali aperti verso il Sole;

quello stesso Sole che emani ogni qual volta sento la tua voce

 

Ti conobbi in un giorno di gelo e luce, quasi per capriccio

Broncio per il male che vien fatto, anche in piccole cose

Cercai in te il sorriso, in una spiegazione

E tutto ciò che trovai nelle tue parole, fu Amore

 

Tu che resti silente ad ascoltare..

Tu che con la voce e le parole sai cullare

Tu che fai d’ogni frase un canto

Tu che fra le tue braccia mi tieni sospesa ogni giorno, fra sogno ed incanto…

 

Tu che cogli le lacrime d’ogni mio pianto con le tue dita

e gli dai forma nuova, e torno ogni giorno ad amare la vita

perché mi concesse di prendere parte al tuo destino,

di percorrere mano nella mano il tuo stesso cammino

 

Ed è per te, mio splendido Raggio di Sole,

che adesso sorrido di nuovo, scrivendo queste parole,

perché al tuo solo pensiero sul mio volto prende vita il sorriso

dai luce al mio spirito, al mio cuore, alla mia voce..al mio viso..

 

A te che sei la gioia di chi ti è accanto

A te che di ogni gesto ne fai incanto

A te che ad ogni giorno dai colore

A te che sei…semplicemente Amore

 

 

 

 

Con te, per sempre

 

Giuly

 

 

 

 

 

 

 

Marco, che conobbi come Moak.

A lui sono dedicati questi versi senza metrica e senza rima.

Senza grazia, senza poesia. Molto meno di ciò che lui meriterebbe.

 

Marco si sveglia, ha tante cose da fare, ma il suo primo pensiero va a coloro che ama.

 

A Elisa, la sua Elisa, una donna meravigliosa, carica d'amore quanto lui, un'anima in grado di accogliere il lamento e le risa di chiunque, in grado di abbracciare anche l'ultimo degli esseri viventi, così piena e immensa da abbagliare chiunque abbia l'opportunità di scorgerla.

 

A Giuly, che sarei io, a volte mi chiama piccola Stella. Dice che anche io emano una luce, una luce grande...io non so se è vero..so soltanto che lui riesce a leggere in me ciò che io non ho mai letto, riesce a percepire i miei stati d'animo prima di me, riesce ad abbracciarmi anche a tanti chilometri di distanza.

 

A Sarah, anima forte e delicata, pura, buona, che riesce a provare tutto l'amore del mondo nonostante gli ostacoli, un cuore sempre pieno di perdono, dolcezza, dove l'ombra del rancore non sporca l'animo come invece accade nella maggior parte degli  esseri viventi.


 A Sara..anima inquieta e senza pace...che vaga nel buio...nel piccolissimo, minuscolo lato buio della vita, vedendolo come l'unico...a cui auguro di sorridere per sempre. Solo Marco al mondo riesce a farla stare bene.

a tutti coloro che hanno la fortuna di averlo accanto, a tutti coloro a cui ha cambiato la vita semplicemente con la sua presenza, me compresa.

 

 

Marco è l'unica persona con la quale ho un rapporto così bello, pieno, completo. So di poter contare sempre su di lui, so che lui potrà contare sempre su di me.

Io non sono certa mai di nulla nella vita.

Marco è una certezza, una delle mie certezze.

 

Ne ho ben poche di certezze.

 

Le mie certezze sono mia madre, i miei fratelli, Dio come lo intendo io ovviamente...e non ha nulla a che fare con la Chiesa o stronzate simili, i miei nonni, pochi amici, che si contano sulle dita di una mano. Due per la precisione.

 

Marco è una delle mie certezze. Lo ripeterò fino alla nausea.

 

L'amore, cos'è l'amore? E' un sentimento che va oltre il voler bene, è così immenso da riempirti l'anima in ogni momento della tua vita, da darti forza ed un sorriso semplicemente col pensiero della persona verso cui questo amore è rivolto. Un sentimento che riempie..riempie tutto...

 

Un passerotto canta alle mie spalle, me ne accorgo, lo sento, perché provo Amore.

 

Ed è col mio Amore che spero di ricambiare tutto ciò che mi da questa persona, il modo meraviglioso in cui riempie la mia vita, ore intere trascorse ogni giorno assieme, io ad ascoltare la sua voce e lui a vedere i sorrisi che essa scaturisce in me.

 

Se lo sento ridere, sono felice.

Se lo sento piangere, soffro con lui, ma gli sorrido, lo abbraccio forte finché non si sono asciugate tutte le lacrime, ed avere la possibilità di essere al suo fianco è uno dei doni più belli che la vita mi abbia fatto.

 

Vorrei scrivere di più...il mio cuore ancora ha tanto altro da dire...ma ho tanta bua e penso che per ora mi fermerò qui...

 

Ti stringo (cit.)

 

E ti voglio un bene dell'anima...


postato da: Kashmir87 alle ore 12:32 | link | commenti (2)
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lunedì, 17 marzo 2008

Alice nel paese dei silenzi incantati

Alice è una bimba bellissima, e come tutte le bimbe vive in un mondo incantato, in cui elfi e fate vegliano su di lei per tutta la notte e la accompagnano a scuola durante il giorno.

Alice ha due guance rosse, di quel colore profondo che hanno le fragole; ad ogni bacio che le viene dato lei sorride, e le fragole diventano sempre più grandi e più dolci.

 

Com’è tenera la piccola Alice, il tempo non sembra avere effetti sulla sua innocenza, anzi, più cresce e più la sua dolcezza viene messa in risalto dalle sue espressioni, dai suoi sorrisi, che con estrema serenità rivolge a tutti i passanti, di quei sorrisi contagiosi, che restano impressi per tutto il resto della giornata, e fanno ricordare quanto può essere bella la vita.

 

La Domenica è il suo giorno preferito, perché il papà la porta al parco a giocare e le compra sempre un grande palloncino colorato.

Alice corre, corre col grande palloncino colorato, fa il giro di tutti gli alberi e ride, di una risata tutta sua, diversa da quella di tutti gli altri bambini del parco, una risata che ha qualcosa in meno, ma tantissime altre cose in più; è carica di gioia, vita, emozioni, felicità.

 

Il papà è lì a contemplarla, con gli stessi occhi lucidi con i quali la guardò mentre stava nascendo, le avrebbe comprato molto più di un palloncino, le avrebbe regalato tutto il mondo pur di sentirla ridere.

 

Ma Alice ride, lei e i suoi occhi, di una risata unica al mondo, una risata senza voce, ma che ha da raccontare tutte le bellezze dell’universo. I suoi sguardi ridono con lei, brillano come le stelle guardate dagli occhi degli innamorati che insieme ne decantano le bellezze nelle notti d’estate, come i fari che silenziosi guidano i cammini dei naviganti stanchi, come i fuochi d’artificio d’inverno che le mamme e i papà guardano con i loro piccoli fra le braccia.

 

E quando comincia ad essere stanca, Alice torna dal suo papà, che l’aspetta seduto sulla panchina; si fa legare al polso il filo del palloncino, gli prende la mano e lo porta con sé a passeggiare per i prati, sognando di essere con lui in un bosco incantato, senza città, senza strade, dove ci sono solo tanti fiori colorati e tanti gnomi che cantano senza voce.

 

Alice ama i fiori, proprio perché sono pieni di colori carichi di vita, si sente molto vicina a loro, anche lei è colorata e senza voce, anche lei ha tanta bellezza da donare al mondo e la comunica soltanto con la sua luce.

 

Alice sogna tanti piccoli gnomi che ballano, senza una musica di sottofondo; saltano felici attorno a grandi funghi come lei fa con gli alberi, le loro labbra si muovono senza emettere suoni. Immaginano allegri canti festosi, si prendono a braccetto salutando ogni giorno il Sole, ad ogni alba, ad ogni tramonto.

 

E così fa lei, non conosce la musica, ma è in grado di immaginare melodie meravigliose, tramutandole in danze per gli elfi e le fate che vegliano su di lei giorno e notte.

 

Sa comunicare l’amore senza parlare, ha un quinto senso diverso, ascolta la gente solo con la sua anima, avverte la gioia e il dolore, e se camminando per la strada legge solitudine negli occhi di un anziano, vergogna in quelli di una giovane ragazza che ha perduto la dignità per l’amato, tristezza in quelli di un bambino come lei perché la mamma gli ha negato un’attenzione; lei non si tira indietro, guarda negli occhi di queste persone col sorriso impresso sulle sue piccole labbra a forma di cuore, con uno sguardo colmo di vita e di gioia, trasmettendogli la più grande felicità che un essere umano possa contemplare, di quelle che sempre si potrebbero avere ma a cui troppo spesso nessuno fa caso, di quelle che si hanno a portata di mano e non si vivono mai davvero, di quelle che se fossero vissute davvero, potrebbero cambiare il mondo.

 

Alice sa ascoltare il vento senza sentirne il suono, chiudendo le palpebre e avvertendone le carezze, a volte più calme ed altre più intense, quell’aria delicata e  profonda che lei chiama dentro di sé “il respiro della Terra”, la sua amica Terra, così gentile da emettere il suo fiato, dando a sua volta il respiro ad ogni essere umano, accarezzando i volti delle bambine come lei ogni qualvolta espirasse; per Alice anche il vento è un enorme gesto d’amore.

 

I canti che Alice inventa nel cuore della sua immaginazione non hanno parole, sono soltanto suoni che fuoriescono dai cespugli e dai fiori che sbocciano, nei suoi sogni tutto ha musica, tutto ha voce, e lì lei vi vive tutto ciò che al mattino invece dipinge col pennello della sua mente.

 

Durante il giorno guarda la gente parlare, muovere le labbra schiudendole e riaprendole in base all’ampiezza del suono e all’altezza della tonalità di voce. Non conosce termini, voci e suoni, ma ha inventato una lingua a tutti sconosciuta, che solo lei riesce a comprendere, con la quale immagina dialoghi pieni di risate. Risate silenziose.

 

Quando nacque, sorrise. Fu l’unica bambina di tutto l’ospedale a sorridere appena nata. Quel sorriso portò amore e gioia a tutti i presenti, e asciugò le tristi lacrime della mamma e del papà, quando il medico gli disse che la piccola non avrebbe mai potuto parlare né ascoltare, per problemi dovuti alla gravidanza.

 

Ma Alice sorrise, appena nata, inebriata dall’odore e dagli occhi della sua mamma, dal contatto col battito del suo cuore che avvertiva fortissimo sulla sua pelle, non lo ascoltava: lo sentiva addosso, nel suo corpo, come era sempre stato fino ad allora quando ancora viveva nel suo ventre.

 

Quando alla Domenica sorge il sole, la piccola si sveglia, corre nel letto dei suoi genitori, si lascia avvolgere dalle braccia della mamma, poi da quelle del papà, ridono insieme di quelle splendide risate silenziose, comunicano col calore dei loro corpi proveniente dall’immenso amore che li invade.

 

Poi si addormenta fra le braccia di lui, mentre la mamma va a preparare la colazione, non vedendo l’ora di svegliarla di nuovo col profumo delle cialde appena fatte per guardarla correre verso la tavola.

Il papà la guarda dormire, chiude gli occhi con lei. Alice si lascia cullare dal suo respiro, dal petto che si gonfia e poi si sgonfia, dal suo fiato che come una carezza le sfiora i capelli.

 

E cresce felice, perché può cogliere tutto, può vivere a pieno le cose, ha un senso in meno ma una dote in più, che tutte le altre persone non hanno.

Alice sa ascoltare il silenzio, può innamorarsi davvero, di qualsiasi cosa.

 

Sogni d’oro, piccolina, insegnaci a viaggiare nel paese dei silenzi incantati.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dedicato alla piccola Teresa, una bambina sordomuta conosciuta tanto tempo fa...che mi ha insegnato tanto...ti abbraccio forte piccolina...


postato da: Kashmir87 alle ore 11:10 | link | commenti (2)
categorie: racconti
martedì, 19 febbraio 2008

Mamma

Ti guardo nel tuo corpo da bambina

Coi boccoli appena scuri che carezzano il tuo volto

Un leggero soffio del vento li scosta davanti alle tue piccole labbra

Fra le braccia stringi una bambola di pezza

con il suo finto sorriso cucito che con te pare ridere davvero..

i tuoi occhi giovani e puliti danno luce a tutto ciò che guardi

le tue piccole mani paffute danno vita a tutto ciò che tocchi

ed ogni tuo sorriso è contagioso per chi ti è accanto

o anche soltanto per chi durante il giorno, almeno una volta

ha la fortuna di guardarti

impossibile non soffermarsi su di te più di un istante

impossibile non gioire nel guardarti giocare col mondo..

mi porto accanto a te, ti guardo e taccio..

semplicemente divento felice e mi perdo in un tuo abbraccio…

 

Ti guardo nel tuo corpo di ragazza

Il capo scompigliato coperto da un pesante basco

Lo lanci in aria e lo lasci afferrare a chi ti è accanto

Sorridi a chiunque percorra il tuo cammino

Ed è così bello smarrirsi nei tuoi occhi color dello smeraldo

Ritrovandosi poi nelle tue labbra quando ridi per una piccola gioia

Chiunque ti conosce, di te s’innamora, del tuo innamorarti ogni giorno

Di ogni piccola cosa, come quand’eri bimba

Stendendoti anche adesso sui prati, prona

Giocando con le dita appena infreddolite con i petali di un fiore

Trovando piacevole anche della foglia del suo stelo il colore

E con le mani che al ritmo di ciò che provi fai muovere sulle corde

Leggere e delicate come una danza

Accompagni ogni nota col tuo canto spensierato

 

Ti guardo adesso nel tuo corpo di donna

E ancora m’innamoro di te ogni giorno..

Il tuo tornare dal luogo frustrante dove t’hanno frustata

Col sorriso sulle labbra che regali alle tue tre piccole foglie..

Non conosci sbarre che rinchiudano il tuo spirito libero

Ti desti ogni giorno alla stessa ora, stessi impegni, stessi eventi

Eppure ogni giorno doni una luce nuova

E anche in quel luogo che odi tanto, sorridi a chi ti viene accanto

Dalle prime luci del mattino alle prime ombre della sera

Il tuo sguardo appare stanco, ma mai privo della vita che vi infondi..

E con lo stesso affetto, abbracci e consoli la tua piccola donna..

Piangi e ridi di gioia e di dolore per il tuo grande ragazzo..

E rinasci ogni volta che guardi giocare il tuo bambino..

In ogni istante della mia vita mi lascio cullare dal tuo pensiero..

E se una lama mi trafigge il petto, chiudo gli occhi e vedo te..

Poi sorrido mentre la tua immagine scorre perpetua nella mia mente..

Una lacrima dal sapore dolce, diversa dalle altre, riga il mio volto…

E torno a sorridere, a vivere, e a salvarmi dalla morte..

Per poter tornare a dire al mondo che ti amo…

 

 

La Luna che illumina dal riflesso della tua luce

 

Giuly


postato da: Kashmir87 alle ore 11:59 | link | commenti (1)
categorie: poesie
mercoledì, 05 dicembre 2007

Pensieri sparsi di popoli e paure

I Galli non temevano nulla, solo che il cielo gli cadesse sulla testa.

I Normanni non conoscevano affatto la paura, e di conseguenza non conoscevano nulla.

I Vichinghi temevano l'ira degli dei, ma non avevano pietà per gli uomini.

I Romani non temevano alcun nemico, ma a piegarli bastò un solo Uomo.

Io non temo la vita e non temo la morte

fanno parte di ciò che sono e di tutti i processi della natura

io amo la natura

Ma ho paura della solitudine, sono fragile, e mi circondo sempre di migliaia di persone.

Quando poi mi rendo conto che nessuna di queste ha mai imparato a sentirmi, allora mi sento sola. Ancora.

'Notte a voi anime prave
viandanti di strade senza un ritorno
viaggiatori che fuggono verso una gogna
amanti perversi senza vergogna

'notte a voi bambini e bambine
spiriti aurei dall'anima bianca
sognate e cantate di giorno e di notte
essenze di vita nemiche alla morte

'notte a voi amanti perduti,
che i vostri animi ridan trionfanti
il mondo è vostro, amate e vivete
e dalla gogna rinascerete

'notte a me che canto parole
per sostituire i sorrisi del giorno
fà che la notte diventi l' abbraccio
e le sue stelle mi brillino accanto
come lacrime del mio bianco pianto
asciugami gli occhi, poi dormo, poi taccio.








postato da: Kashmir87 alle ore 01:43 | link | commenti (5)
categorie: poesie, stralci di vita
domenica, 11 novembre 2007

Ogni giorno

Diario di Arianna. Data: 20/03/2006. Ore 10:38.

Finalmente ho finito. La cucina è perfettamente pulita, la camera da letto precisa ed ordinata, il cesso luccica come lo specchio e viceversa, al corridoio manca solo il tappeto rosso per quanto è bello.
E anche per oggi abbiamo pulito.
Ieri pure avevo pulito, e credo che pulirò anche domani.
Sì, perché fra tre ore torneranno i ragazzi da scuola e quando invece stasera rientrerà mio marito gli sembrerà, come al solito, che non ho fatto un cazzo per tutta la giornata dato che troverà la casa in condizioni schifose. Lui invece va a farsi il culo scaldando una sedia. Poveraccio. Un giorno di questi gliela tiro io una sedia.
Ma che la pulisco a fare dico io? Forse per occupare il tempo, forse per farla trovare decente almeno ai miei figli, forse semplicemente per non pensare.
Ieri Alessandro, il mio primogenito, un ragazzone robusto di quindici anni, è tornato a casa con un livido enorme sull’occhio, ha di nuovo fatto a pugni per la troietta che sta in classe sua, come se non lo sapesse che alla sua età le ragazzine vanno a guardare quelli più grandi.
E ovviamente le ha prese. Tanto per cambiare.
Ho anche un altro figlio, Marco. Lui ha sei anni, è dolcissimo, al contrario del fratello è calmo e pacifico, forse un po’ troppo taciturno. E’ molto creativo, gli piace tanto disegnare, l’altro ieri era il mio compleanno, mi ha portato un disegno in cui c’è una donna su di una sedia, che poi sarei io, con un bimbo in braccio, che poi sarebbe lui. Inoltre dietro c’è un tipo in smoking con una valigetta in mano, il padre. Alla sua sinistra, invece, c’è un tipo girato di spalle, di cui si vedono solo i capelli, ed è vestito di nero. C’è un ombra su di lui nel disegno. E’ il fratellone, Alessandro.
Questa faccenda dell’ombra non l’ho ancora capita. Probabilmente ha a che vedere con un litigio dei loro. Vorrei chiederglielo ma ho paura di turbarlo.
E’ dura crescere due figli. Specialmente l’adolescente, il piccolo mi preoccupa perché tra qualche anno sarà adolescente anche lui e dovrà cominciare a tirar fuori un po’ di palle, il grande invece di palle ne tira fuori anche un po’ troppe.
Pensieri, pensieri, pensieri. A cosa si riducono i miei pensieri? Ad accertarmi che i miei figli e mio marito abbiano i panni puliti e ben stirati tutti i giorni, il piatto caldo sul tavolo agli orari da loro preferiti, che non prendano troppo freddo o troppo caldo, che la casa sia sempre in ordine, che mia suocera rompa le palle solo a me ogni giorno dato che telefona sempre quando il figlio ancora è a lavoro, ed ogni giorno mi chiede "Anna, Michele è tornato?" ed io "No Lidia, lo sai che torna dopo le sette" e ancora: "Va bene, provo domani" e richiama il giorno dopo alla stessa ora, ed è questo tutti il giorni. No, non è malata. E’ solo rincoglionita come il figlio. Mio marito non è capace neanche di prepararsi un caffè. Deve alzarsi alle cinque e mezza anche la sottoscritta imbecille perché quell’idiota non è capace di farsi un cazzo di caffè. Per una volta che ci ha provato è esplosa la caffettiera. Ma che razza di idiota.
Mi sto annoiando di brutto, ogni giorno le stesse cose, la stessa vita, non si esce mai. Ah sì, si esce invece! Per andare a trovare i nonni la domenica, per andare dal medico e per andare in Chiesa. Che spasso ragazzi, un giorno di questi impazzirò e berrò l’acqua santa sperando che mi spuntino un paio di ali enormi per volare via. Però poi tornerei. Amo troppo i miei figli. Però che vita di merda.

Arianna.

Scrisse questa pagina sapendo che sarebbe stata quasi identica a tutte le altre, anche il giorno prima aveva parlato del disegno di Marco, e quello prima ancora. Era l’unica novità di quel periodo, l’unico avvenimento piacevole, infatti se lo godeva alla grande.
Una volta chiuso il diario, si accese un’altra sigaretta, si avviò fuori al balcone, si affacciò, salutò formalmente e cordialmente la vicina. Parlarono di figli e di rispettivi mariti.
Ad un certo punto squillò il telefono. "Dio ti ringrazio" pensò la povera Arianna che dovette sorbirsi, come ogni mattino, la sua cara vicina per venti minuti buoni.
Rispose al telefono.
"Signora Damiani? La chiamo dalla scuola di Alessandro" –ecco che ne ha combinata un’altra delle sue, chi avrà picchiato oggi?- pensò. "Signora stia tranquilla, la prego, devo informarla che abbiamo dovuto chiamare l’ambulanza, Alessandro ha perso i sensi e non siamo riusciti a farlo riprendere."


Diario di Arianna. Data: 20/03/2007. Ore: 11:50

Ho staccato il telefono. Ora mi calmo, mi siedo e scrivo.
Ho pulito tutta la casa. Così stasera mio marito riuscirà a rilassarsi un po’. Così sentirà il profumo di pulito e magari non si chiuderà in camera come al solito. Forse mi abbraccerà. Voglio che lui mi abbracci.
Un anno fa avrei voluto tirargli una sedia. Ora vorrei che mi abbracciasse.
Ho staccato il telefono. Non deve squillare il telefono a quest’ora, non oggi.
L’ultima volta che è successo, in questo giorno, a quest’ora esatta, mi è bastata. Mi è bastata, lo giuro. Non dovrà accadere mai più.
Stasera sarà tutto pulito, forse mio marito mi abbraccerà. Ho bisogno di un suo abbraccio.
Tra poco Marco tornerà da scuola. Verrà accanto a me, mi darà un bacio sulla guancia, mi accarezzerà i capelli e mi dirà che è stato bravo e che ha imparato un sacco di cose nuove. Non mi porterà più i suoi disegni. Non ha più voglia di disegnare, neanche di cantare e di inventare filastrocche nuove. Mi sorride, mi bacia, mi fa una carezza. Poi anche lui va in camera sua.
La mattina mi alzo e vado in bagno, mi lavo. Una, due, tre volte. Mi sento sempre sporca anche se mi lavo di continuo. Strofino così tanto che tutta la pelle si irrita e dopo mi fa male. Una volta lavata, mi sento ancora più sporca, non riesco a togliermi il nero di dosso, da dentro.
Fumo un’altra sigaretta. Poi un’altra. Poi un’altra ancora. Poi mi accorgo che il senso di vuoto non dipende dalla nicotina ed evito di accenderne un’altra. Non riesco a sentirmi pulita, non riesco a sentirmi appagata dalla nicotina.
Marco è taciturno, calmo. La casa non la sporca. Questa cazzo di casa è troppo pulita. Troppo pulita.
Prima ho dato una gomitata ad una bottiglia di vino, è caduta a terra, si è rotta, il vino si è sparso per tutto il pavimento. Dopo ho pulito di nuovo. Era di nuovo tutto pulito, tutto troppo pulito.
Prima ho provato a sistemare la camera di Alessandro. Sono entrata, ho sentito il suo odore. Mi sono seduta a terra accanto al suo letto, ho avvicinato il viso alle lenzuola, ho sentito di nuovo il suo odore. Ho abbracciato le coperte. Sono uscita, non gliela sistemo la stanza. Ad Alessandro non piace che qualcuno gli sistemi la stanza, vuole farlo da solo.
Quando invitava una ragazza la stanza era tanto pulita. Io ringraziavo la ragazza perché aveva fatto sì che la stanza fosse pulita. Alessandro si arrabbiava tantissimo. Mi diceva che io gli facevo fare le figure di merda. Io ridevo.
Scusa amore, scusami, ti prego perdonami, non volevo metterti in imbarazzo, ti prego, perdonami, perdonami.

Arianna

Questa l’ha scritta il mese scorso.
Torniamo alla telefonata di un anno fa.
Arianna attaccò il telefono senza dire nulla, corse in macchina, si avviò verso la scuola con una tachicardia da ricovero; non rifletteva, non capiva che magari avrebbe dovuto chiedere in quale ospedale sarebbe stato portato il figlio e raggiungerlo lì.
Infatti una volta arrivata a scuola, Alessandro già non c’era più.
Andò all’ospedale accompagnata da un insegnante. Da sola non poteva guidare in quelle condizioni. Piangeva, urlava, si disperava. "Bastardo, premi il piede su quel cazzo di acceleratore, avanti bastardo! Muoviti!".
L’insegnante non disse nulla.
Arrivarono all’ospedale. Insultò anche un’infermiera perché ci mise troppo tempo ad indicarle in che reparto era ricoverato il figlio. Riuscì a raggiungerlo, non la fecero entrare. Gli stavano facendo degli esami. Un dottore però la tranquillizzò, Alessandro aveva ripreso coscienza.
Michele, il marito, arrivò pochi minuti dopo; era agitatissimo, abbracciò la moglie chiedendole come stesse Alessandro, lei lo rifiutò spingendolo via con le braccia, riprese a piangere, cadde a terra. Dopo si lasciò abbracciare. Era troppo debole per ribellarsi.
Rimasero tutta la notte accanto al figlio, insieme, nonostante le inutili proteste della caposala, che si era beccata diversi "troia" e "faccia di merda" perché aveva osato dire che solo un parente poteva fare la notte in ospedale.
La mattina dopo li raggiunse il medico con una faccia che lasciava trapelare tutto, ma veramente tutto. Arianna lo guardò e scoppiò a piangere.
Leucemia.
Alessandro si svegliò, guardò la madre e le sorrise. Le disse che non si sentiva un granché e che forse sarebbe stato meglio per lui non andare a scuola quel giorno.
Arianna lo guardò, aveva gli occhi lucidi, gli sorrise e gli fece una carezza. Aveva paura che se avesse aperto bocca sarebbe esplosa in singhiozzi, preferì tacere e riempirlo di baci.
Alessandro ovviamente capì che qualcosa non andava, anche perché si rese conto di trovarsi in ospedale.

Diario di Arianna. Data: 23/03/2006

Il mio ragazzone ha cominciato il ciclo di chemioterapia l’altro ieri. I medici dicono che sta reagendo bene. E’ forte, il mio Alessandro.
Lui mi sorride sempre ultimamente, come non mi ha mai sorriso. Sembra quasi volermi consolare. Lui a me. Assurdo. Lui sta lottando contro la morte e contemporaneamente si preoccupa per me, cerca di consolarmi.
Anche Marco cerca di consolarmi, sta vicino anche al papà. L’altra volta mi ha confessato che qualche giorno prima di darmi il disegno per il mio compleanno aveva sognato Alessandro. Nel suo sogno il fratellone era steso sul letto, con gli occhi aperti, rivolti verso il soffitto. Su di lui c’era un enorme nuvola nera. Alessandro si alzava dal letto per andare in bagno, la nuvola nera lo seguiva.
Ecco spiegato il disegno. Marco ha visto la leucemia in sogno. Mio figlio di sei anni che prevede i cancri. Sapeva già tutto; così piccolo e così grande. Non avevo mai visto i miei figli non litigare per così tanto tempo.
Interrompo qui la mia pagina di diario per oggi. Devo andare da Alessandro, non posso vederlo adesso, ma ci devo andare lo stesso. Non ce la faccio a stargli lontana.
Mi manca la casa sporca, mi mancano le sue impronte piene di fango per il corridoio, mi manca la musica ad alto volume, mi manca il continuo disordine. Mi manca perfino la faccia di cazzo di mio marito che torna sbuffando perché il pavimento non luccica.

Arianna

Alessandro era forte sul serio. Reagì benissimo alla chemioterapia e tornò a casa dopo soltanto due settimane, il cancro rientrò senza problemi. Per festeggiare fecero un bellissimo viaggio in Irlanda, tutti insieme. Lì Ale si innamorò, fece l’amore per la prima volta con una ragazza. Era bellissima, lui era cotto, veramente cotto. Lei era più grande di lui, aveva diciannove anni. Bionda, capelli mossi, lunghissimi, occhi azzurri. Sembrava una fata irlandese, o almeno lui così le immaginava.
Era cotto, davvero cotto, ma non era sicuro di sentirsi pronto a fare l’amore, non era certo che fosse lei quella giusta, perché una volta tornato in Italia non l’avrebbe più rivista, e sarebbe rimasto un momento magico, un meraviglioso momento.
Ma voleva viverlo, al cento per cento. Da quando aveva avuto la leucemia non intendeva perdersi alcun istante, aveva intenzione di fare tutte le esperienze importanti della vita, di bruciare tutte le tappe a costo di non perderle.


Diario di Arianna: Data: 21/03/2007 ore: 13:05

Non doveva accadere. I medici avevano detto che il cancro era rientrato. Invece mio figlio adesso è steso sul letto di ospedale, pieno di flebo, e i medici dicono che le speranze di vita sono veramente poche. Gli hanno concesso una o due settimane al massimo.
Nessuno può decidere quanto ha da vivere mio figlio. L’ho data io la vita a mio figlio.
Marco non esce più dalla sua cameretta. Non disegna neanche. Si siede sulla sedia, guarda fuori alla finestra, verso il cortile. Aspetta il ritorno del fratello.
Mio marito ieri poi non mi ha più abbracciata. E’ andato a dormire. Io mi sono stesa accanto a lui, dopodiché sono andata di nuovo in ospedale. Ho guardato Alessandro, ho potuto solo guardarlo attraverso un vetro, non mi hanno fatto entrare.
Com’era bello quando pulivo tutta la casa da cima a fondo, finivo a metà mattino, restava splendida fino ad ora di pranzo. Poi tornavano Alessandro e Marco correndo, sporcavano tutto il pavimento di nuovo, imbrattavano i muri, mangiavano e lasciavano tutti i piatti sporchi sul tavolo, andavano in bagno e pisciavano sulla tavoletta, correvano in giardino e rompevano tutte le piante, tornava mio marito incazzato nero, pensando che io non avessi fatto un cazzo per tutta la giornata.
C’era vita, c’erano i miei figli a scorazzare allegri per la casa, era così bello vederli ridere e giocare.
Ale tornava sempre con qualche livido, io mi preoccupavo come una scema per quegli stupidi lividi, come li hanno tutti i ragazzi della sua età. Glieli curavo come se fossero chissà quale piaga.
Come mi mancano quei lividi. Quanta vita avevano quei lividi.

Arianna

Questa è stata l’ultima pagina di diario scritta da Arianna.
Adesso Arianna il diario non lo scrive più.
C’è altro da fare.
C’è da giocare con Marco, c’è da pulire le ferite di guerra ad Alessandro che stavolta si è ripreso sul serio, c’è da lavare i panni per la millesima volta, c’è da baciare il marito quando torna arrabbiato per farlo sorridere, per ascoltare i suoi problemi avuti al lavoro, per farsi ascoltare quando racconta come ha preso in giro quella cretina della vicina e cosa hanno fatto i ragazzi a scuola. Poi faranno l’amore, finalmente.
C’è da amare, c’è da vivere. La routine non esiste. E’ solo un invenzione della gente che non sa risplendere della luce di ogni giorno.
Passi la vita alla continua ricerca di qualcosa che te la cambi. Di qualcosa di grande.
Quando la cosa più grande è proprio lì, ogni giorno, e non aspetta altro che essere vissuta.



Fine
















P.S. nonostante mi reputo la peggiore scrivana del mondo, ma peggiore in assoluto, dato che è il mio unico mezzo di sfogo, scrivo ugualmente.

P.P.S. sì, sto una merda, va bene?

postato da: Kashmir87 alle ore 18:38 | link | commenti (6)
categorie: racconti